mercoledì 10 marzo 2010
martedì 9 marzo 2010
Lo straniero
La Sedia
Guardala, è serena, seduta di fronte, le braccia appoggiate al tavolo. Sorride pure.
Che cazzo hai da sorridere? Sembra una smorfia, quella!
Questa non è una situazione in cui si deve sorridere. Anzi, mi fa sentire a disagio, insieme a tutto il resto intorno. Le ho detto della sedia, di quanto sia scomoda, più volte, ma niente. Risponde che non c’entra, che non è la sedia, ma tutta la situazione. Per come siamo arrivati a questo, dice.
Mentre parla penso a come ho fatto a sposarla, cosa avevo in testa?
I soldi? Ne ho più io. La bellezza? Ce ne sono tante come lei, una o l’altra è lo stesso.
L’amore? Puttanate!
Forse le sue conoscenze, le connessioni con politici, imprenditori, gente che conta. Il giro giusto.
Si, forse.
Decido che non c’è, non voglio più vederla. E’ sparita. Sono solo seduto al tavolo, di fronte ho un fantasma, del brusio indistinto. Luce tremolante. Guardo intorno, magari mi distraggo un po’.
Accidenti a questo ristorante, finto antico, con le finte lucine di natale al soffitto che si accendono e spengono nervosamente. E le finte fotografie con i vip, tutte in posa. Tutti sorridenti. Finti.
Aspetta, chi ci ho portato qui l’ultima volta, un paio di mesi fa? Veronica? No, Cristina, quella con la erre moscia e l’accento inglese. Sorrido ripensando al dopo, arruffato.
E poi non è certamente un posto dove si possa parlare seriamente, questo, serve per cenare amabilmente, rompere il ghiaccio, scaldare l’atmosfera, preparare la serata. Il dopocena, il letto. Ma lei, quella che non dovrebbe esserci, non capisce, non capisce proprio e mi ha portato qui. In effetti in più di dieci anni non ha mai capito niente di come va il mondo.
Un momento, il fantasma mi sta dicendo qualcosa, concentrati, concentrati.
Ah, lo scopo dell’incontro. Parla di quello. Come se mi interessasse qualcosa.
Lo so, non devi ripetermelo mille volte, stronza. Lo so che vuoi lasciarmi, divorziare, prenderti questo, quello. Il gatto, la casa, la buca delle lettere. L’ho capito da un pezzo, almeno due o tre anni. Non sono certo stati i due mesi di separazione, e ci metterei due vigorose virgolette con le dita, a farmi capire che te ne volevi andare. E poi sai quante me ne sono scopate in questi due mesi.
Beh, sono state molte anche prima, se è per quello.
Stasera quello che mi da sui nervi è la tua calma. Parli, parli, senza neppure increspare le labbra, l’espressione sul viso rimane serena, sembri Siddharta sotto l’albero, alla fine del libro. Perché? La situazione non è normale. Dovrebbe uscirti una qualche emozione, un cazzo di tic almeno. Niente. Perché? Magari hai già un altro,
Già! Vero! Ecco perché sei cosi calma.
Stronza. Prendo una forchetta, te la punto contro e balbetto qualcosa, ora basta, ora basta, ma non c’entra nulla con quello che penso. E, credimi, non vorresti proprio sapere quello che penso, sappi solo che è tinto di rosso e tu sei distesa, immobile.
Cosa dice? Che devo accettarlo. Accettare cosa? Ah, si riferisce al divorzio, la separazione. Ti urlo che non me ne frega niente, ma solo dentro di me. Fuori non serve.
Non hai mai capito un cazzo di come sono fatto. Mai.
Prenditi tutto, vattene, sparisci. Non esisti, non esisti più, sei solo un fantasma.
Un ricordo. Passato.
Ed è ora che dia un occhiata al menù, cosa ordino? Ravioli dello chef, che vuol dire? Meglio le pappardelle al cinghiale. Poi una fiorentina. Carne fresca.
A proposito, c’è quella tizia, come si chiama? Quella che lavora in amministrazione. Mi lancia sempre delle occhiate e sorride. Flirta, sicuramente. Ci penso io, cara, a farti sentire bene, prima, dopo, durante. E’ una impressionabile, la porto qui, in questo posto costoso, crollerà sicuramente. Quel tavolo appartato laggiù in fondo, potrebbe andar bene, è intimo, crea l’atmosfera giusta. Domani la chiamo e poi prenoto l’albergo.
Ora però non roviniamo del tutto la serata, mangiamo qualcosa.
Cameriere?
Ho sempre accarezzato l'idea di una raccolta di racconti, il titolo sarebbe: "Con un'immagine negli occhi scriverei per sempre". Questo è uno, scritto durante la frequentazione della Scuola Holden, a tema.
domenica 7 marzo 2010
la luna (ballata)
Come dice il vecchio saggio? Se indichi la luna a uno stupido, lo stupido guarda il dito.
Perché non è mica facile guardare la luna.
Molto più rassicurante guardare il dito che la indica.
Attorno al dito sta aggrappato lo stupido.
Il temerario guarda la luna, e le sorride.
Non sempre accade il contrario, che la luna sorrida, ma tant'è.
Tu mi sfidi, mi inviti.
Io ti seguo perché forse sarò stupida ma è la luna che voglio guardare.
Non ho la tua forza.
Le energie, spesso, se ne vanno nella ricerca del respiro che sembra sprofondato in un pozzo.
Ma io cerco la luna nel pozzo, quindi è perfetto.
La cerco per raccontarle le mie storie.
Chissà se mi ascolterà?
E se non lo farà lei, qualcuno, di certo, ci sarà.
Uno sprovveduto.
Un pazzo.
Un sognatore.
Un temerario, che punta il dito al cielo e sorride alla luna.
Vivere per interposta persona... o cosa.
Ci sono periodi in cui dai in gestione la tua vita ad altri.
Non si tratta di persone, no. Di quello ti sei stufato.
Tutto ciò che hai bisogno è un lungo respiro che ti ossigeni un po' e una pausa che possa rimettere le cose al loro posto. Fuori di te, dentro di te... non ha molto importanza, semplicemente ristabilire il tuo panorama privato che hai sempre visto o sognato. Quella baia, quella montagna, insomma il posto che ti porta serenità, la tua casa interna.
E allora consegni, chiavi in mano, il tuo tempo a un libro, a una tastiera musicale o alfanumerica, a un film, a un telefilm. Si dice evasione, chiamala se vuoi "non pensare". Solo che non pensare e basta è impossibile.
Però sarebbe bello.
Disconnessione del sistema in 5 secondi... 4... 3... 2... 1... Disconnesso
(in sottofondo il nulla assoluto)
Riconnessione del sistema... accesso effettuato.
Ci ho provato, ma non ho sentito nulla.
Comunque, dicevamo.
Ecco, questo tempo che lasciavo ad altri lo sto delegando a certe persone e ai loro pensieri. Persone distanti fisicamente e temporalmente che escono dalle pagine fresche o dalle note uniformi. Persone di cui ti puoi fidare e che ti insegneranno sempre qualcosa, e questo conta, lo sa Dio quanto conta. Persone che, al massimo, potranno deluderti per quel pezzo, o quel paragrafo, tuttalpiù per un libro, ma che mai! mai! potranno farti del male.
Ci sono molte cose a cui puoi consegnare la vita: ad una strada, a "un ago e al danno fatto", a una lacrima, a un viaggio, a una stanza vuota, a un dolce, al rosso corallo, a un binario, all'acqua della vita, a un disegno.
L'abbraccio è saldo perchè voluto, cercato.
Il liberarsi è difficile. Attenzione.
sabato 6 marzo 2010
Angoli
E allora dicevamo di angoli, come quella volta che ero tremante appoggiato ad un'albero ad attendere la mia esecuzione e invece scoprire che di altre cose si può morire. Cose dolci e un pò amare come Nostalgia di Sylvian, con quel sapore inquieto che mi ha accompagnato sempre nella mia vita con lei e anche dopo. Ma era comunque l'inizio dell'inizio e ci aggiungerei ancora un "dell'inizio", per quel che di stupendo è arrivato poi. E sembrava essere lei in tutte le cose che facevo per la prima volta, come quel posto... aspetta: casa, o come la chitarra imbracciata a cantare una ninna nanna. O come quel viaggio in germania e quella candela accesa, e quei cucù che non stavano mai fermi, oggi sepolti in chissà quale cantina.
Non era lei.
Quel muro liscio, a Berlino dieci anni dopo, dove canticchiavo "I'm ready, i'm ready for the laughing gas..." pensando a Piazza Statuto divisa da una barriera ad impedire l'accesso a via Garibaldi, all'altro settore. "You are entering the 2nd sector", stai entrando nel secondo settore della tua vita, un noi diverso, complicato, che fa male. Degno della psichedelia più pura e schizoide. Tutto mi sembrava elevato all'ennesima potenza, in ogni alto, in ogni basso, in ogni parola. E parlavamo veramente tanto da non smettere mai, forse perchè non c'era tempo e quello avanzato era veramente poco. Non sembrava noi, non poteva esserlo.
Non eravamo noi.
E quella sera, tra Trento e Ala in autostrada, che mi sentivo forte con te "mille anni al mondo mille ancora, che bell'inganno sei anima mia e che bello il mio tempo, che bella compagnia", e ci regalai quel magnifico castello a forma di nave come vista eterna di noi e di altre due anime. E quella sera che mi facesti promettere sul futuro anche se uno di noi non ci fosse stato. Dovevi essere tu. Doveva esserci tempo, come la canzone di Fossati, a garanzia di ogni possibile futuro, tranne proprio quello che ci siamo ritagliati alla fine.
E comunque non era nemmeno quello
E stasera un tè preparato lentamente sui Marlene Kunz mi fa pensare al prossimo angolo che forse arriverà, senza cercarlo più di tanto. E con il rum in mano penso che se non arriva non importa, anche se un caleidoscopio vorrei tanto poterlo regalare...
giovedì 4 marzo 2010
Ce l'ho fatta!!!
E' per voi, che sia un giorno perfetto ogni giorno.
piesse: grazie Mauri che, per caso, hai chiamato proprio mentre cercavo di capire, senza riuscire, come inserirlo. L'amica cara, al telefono, mi aveva proprio suggerito di rivolgermi a te. Come vedete, tutto è perfetto. :)
martedì 2 marzo 2010
Una lettera possibile
Cazzo se mi piace, cazzo se mi addolora non riuscire più ad essere solo "uno" ma sempre "due", pur restando semplicemente me stesso...
Ogni volta che ti incontro, so di incontrare uno che vive la mia stessa follia. Quella stessa irrinunciabile ebbrezza che da l'essere ciò che si è. Lo stesso crudele, pazzo piacere di godere nel capire che c'è solo da vivere. E il capire è soffrire! Indicare le strade al mondo può apparire delirio di "deità", invero è soltanto alibi per l'incapacità di dividersi completamente con gli altri, perchè già divisi in se stessi, consapevolmente...
La mente che non mente più, che non cerca scuse al suo bastarsi da sola.
Sono pazzo? Può darsi!
Vorrei non esserlo, vorrei di nuovo immergermi nella storia con un altro, con gli altri, ma mi accorgo che ogni fottuto passo mi avanza di un passo, e non mi fa tornare indietro, per quanti sforzi io possa fare. Adesso so che quello "sguardo altrove" era e sarà sempre il mio sguardo. Quello che mi fa sempre piùì amare da tanti, tanto amare da finire odiato...
Ho tutta la forza delle mie debolezze, tutto il sapere il mio "non sapere un cazzo di nulla", il capire che c'è solo da vivere ogni momento come fosse l'ultimo. Con il progetto di domani, certo, ma completamente oggi, appieno. Senza più aspettative , illusioni.
Vivere appieno, fino alle ossa consumate nelle carezze, fino all'ultima stilla di sperma versata nel corpo di un altro o un'altra, fino alla consumazione di me prima che il tempo mi consumi a mia insaputa.
Sto scrivendo mentre scocca la mezzanotte. La mia ora da quando sono nato. L'ora in mezzo tra un giorno e un altro, che non è più ieri e non è ancora domani. Io vivo a quest'ora da sempre. Non ne posso più!
So che mi passerà, che me la farò passare. Ma proprio il saperlo mi spinge ancora di più in un luogo dell'anima tremendamente neutro, che non è piacevole, ma neppure orribile. Che non fa bene, ma neanche male. E' solo inutilmente piatto, senza alcun picco di nulla. Un luogo dove sono costretto a inventare scalate o scavare gallerie, per sentire dislivelli che non mi appartengono più.
Mi vorrei incazzare e mandare affanculo qualcuno, o forse tutti. Oppure amare come un prete idiota. E invece sono nel limbo. Invece sono forse semplicemente un uomo, con il problema di non saperlo essere più appieno...
Sono così terribilmente da solo...
Forse dovrei liberarmi, fare la "resistenza", ma solo contro me stesso.
Intanto mi rivolgo a te, senza sapere cosa dirti o non dirti. Senza sapere neanche tu chi sia, o se tu ci sia da qualche parte. Ti uso semplcemente, come s usa un tovagliolo per mondarsi la bocca mentre si vomita.
Cacchio, non ho neanche la la forza di immaginarti come uno che mi debba aiutare. Penso che ci sia chi ha più bisogno di me del tuo aiuto...e allora mi tiro da parte, mi vesto di una forza che, porca miseria, non ho. E soffro da morire quando mi accorgo che il mio farmi da parte, il mio mettere in un angolo la mia pena per dare spazio a quella degli altri, viene scambiato per presunzione, spocchia.
Come faccio a tornare indietro adesso? Dove torno?
Non ho mai amato viaggiare volgendo le spalle alla meta, ne' posso viaggiare guardandola avvicinarsi, perchè non credo più ad una meta. Credo solo al mio star viaggiando, da solo accanto ad altri uomini soli. ER la voglia di dirmi che siamo insieme, la fede nella mia fede è svanita da tempo. Tuttavia non ho voglia, ne' sufficiente arroganza, per dire a quegli uomini soli che viaggiano insieme, che è solo illusione.
Mi resta il senso di appartenermi, la sensazione di amare e non saperlo dire. L'ignoranza della mia capacità di comunicare cose che non dovrei, e che invece pare vivano di vita propria, e vadano da chi non vorrei, si rifiutino di raggiungere chi vorrei.
Amo sempre chi so che non mi amerà, così sarà colpa sua se un giorno me ne andrò, con l'alibi di non essere stato amato a sufficienza, non essere stato compreso.
Mi dico che non ha senso, non da soddisfazione amare chiti ama a prescindere. Vorrei riuscire a farmi amare da chi mi detesta, dirgli che lo detesto mentre o stimo e lo amo per avere il coraggio di essere quello che è, senza curarsi di me. Quando questo è accaduto, ho accelerato verso un altro me, più estremo, per provare fino a dove l'amore di chi diceva di amarmi mi avrebbe potuto seguire, o per provare a me stesso di poter seminare qualsiasi "inseguitore".
Vigliacco!
Non chiedo mai ad alcuno di provare a compiacermi. Piuttosto mi sento felice quando vengono disattese le mie aspettative, perchè se così non fosse verrebbe corroborata la mia presunzione di aver capito tutto. Non sarebbe altro che rinforzare le mura della mia casa interiore, trasformarla in castello di sabbia piuttosto che torre d'avorio. Destinata a sciogliersi, a disfarsi alle prime lacrime che, inesorabili aspettano che io mi creda al sicuro per poter poi tracimare.
Quando amo mi danno, pensando di non fare abbastanza per chi amo, credendo di coccolare solo il mio "voler essere" innamorato.
Stanotte lui dorme, o forse no. E io penso se mi pensa, se è soddisfatto, se mi desidera o desidera solo qualcuno, uno qualsiasi, che lo ascolti, lo soddisfi nel suo bisogno di essere con qualcuno accanto.
Riesco sempre ad amare chi non fa nulla per non apparire detestabile, perchè anche io non voglio essere amato per le mie cose belle. Voglio che mi si ami per le mie nefandezze. Che chi lo fa sia capace di farmi sentire che non vuole cambiarmi, trasformarmi nella sua idea.
Io amo così, senza volere che chi amo sia diverso da come è...
Scrivo come se scrivessi a qualcuno e invece scrivo a nessuno. Comunque, chiunque tu sia, scusami per questo sfogo. Davvero non ce la facevo più a tenermi dentro questo mare di "non so cosa" che mi stava affogando. Non mi andava di travestirlo da racconto, avevo bisogno di rivolgermi a qualcuno...e sei uscito tu dal mazzo. E il mazzo è pieno di carte, ma se sei venuto fuori tu, un motivo deve esserci. Perchè credo, "devo" credere, che tu sappia di cosa vado parlando quando dico queste cose. Sono certo che sai cosa è toccare il proprio dolore, prenderlo tra le mani, palparlo, sentirne la consistenza, la durezza o fragilità, e rendersi conto di non poterlo consegnare a nessuno mai...solo diluito forse, o corazzato, ma mai completamente.
Questa sera avevo bisogno di poterlo toccare ancora, come lo tocco ogni fottuto giorno, e insieme mostrarlo a qualcuno che fosse sufficientemente forte da poterlo, contemporaneamente "sentire" e sopportare, non supportarlo.
Altri lo avrebbero solo sopportato, mi avrebbero dato ascolto mantenendo le distanze...o forse mi avrebbero supportato, e allora non avrebbe avuto senso mostrarlo.
Sentire dolore è sentire amore che fugge, amore che manca al momento, ma che da qualche parte esiste. Senza dolore niente amore. Un supporto al dolore è un lenimento dell'amore, non è più amore che ama. Voglio invece continuare a sentirlo come lo sento, e insieme sperare che un altro lo senta, a lmeno sappia di cosa vado dicendo, soffrendo, piangendo.
E non il suo dolore come il mio dolore, ma il mio che va da lui, come da me vengono quelli di tutti. Anche quando non li voglio, quando navigano fiumi di lacrime mai pianti. Sentire che sente.
Non è psicosi, non è invasione del pensiero, non è presunzione di poterlo leggere. E' qualcosa che è vero come solo le cose di cui si è insicuri possono essere.
Non ho la certezza di sentire, bensì il dubbio di essere in grado di farlo. Allora non è follia, perchè non è certezza.
Mi piace credere che tu sia come me, che il dolore degli altri tu lo senta imergendoti dentro di esso, facendolo tuo. Io lo faccio ogni giorno, forse per dimenticarmi del mio, per coprirlo.
Stanotte chiedo a te, per dieci minuti, di immergerti nel mio e liberarmi un poco. Non rileggerò quanto ho scritto, quindi perdona qualche errore di forma o "orrore" stilistico...se rileggessi non ti darei questa lettera, per pudore, insensato forse...ma so che sai di cosa parlo.
Perchè se stai leggendo, se stai annegando in questo mare di parole, non hai un altrove dove spendere il tuo tempo, dove farlo vivere senza che tu ti impegni a dargli una direzione. Perchè, forse, anche tu non hai chi ti prenda per mano e ti conduca a se'...
perchè forse anche tu sei solo un uomo solo come me.
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