Il ponte

Il ponte
Quadro di Enzo De Giorgi

mercoledì 10 marzo 2010

martedì 9 marzo 2010

Lo straniero


Alte risuonavano le note di Oh Madre Mia nelle voci di Amilcare Ponchielli e Maria Callas. Attraversavano le pareti rimbalzando di scalino in scalino nella vecchia casa di città e poi invadevano il quartiere a grande forza. I vicini sopportavano pazientemente. In fondo solo di tanto in tanto di domenica mattina l’architetto alzava il volume e la lirica si ascolta così. In fondo l’architetto era una persona garbata, salutava sempre quando lo si incontrava per strada e poi si sollevava con uno scatto improvviso il bavero del cappotto color cammello. Da quant’è che abitava lì? Beh, saranno sette anni, almeno. Sempre lo stesso cappotto color cammello. Un’appendice del suo corpo. Impossibile pensare a lui senza immaginarselo nel suo cappotto, lungo ed elegante.
Quand’era arrivato lì, si pensava che fosse di passaggio, come gli inquilini che passavano sempre da quella casa, la casa di Giovanni. Giovanni, il benzinaio, quello che era stato coinvolto in quell’affare lì, quello delle case da gioco. Poverino, fare quella fine lì! Non aveva retto la vergogna. Si era sparato un colpo in testa una sera di dicembre di, quanto tempo sarà passato? Dieci? No, di più. Dodici anni, almeno. La famiglia aveva abbandonato il quartiere pochi mesi dopo e la casa, quella grande casa di città, era stata data in affitto. L’architetto era quello che si era fermato di più, lì.
La voce della Callas risuonava forte quando un trillo insistente lo richiamò alla realtà. Si scosse e lentamente alzò il ricevitore. Riconobbe subito la voce e capì dal timbro metallico che si trattava di qualcosa di serio. “Vieni”, disse Marta, “è ora di tornare”. Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Da tre anni ormai non la sentiva, mai.
Un solo cambio d’abito sarebbe bastato. Preparò il bagaglio. Spense lo stereo ed andò a prendere il treno. La stazione affollata, come sempre, accolse l’architetto. Fece il biglietto per Roma e aspettò l’intercity delle 18.00.
Sul treno si alzò il bavero del cappotto quasi a proteggersi meglio dal freddo. Ma non c’era freddo nello scompartimento. Il suo freddo veniva da dentro e da lontano. Appuntò lo sguardo fuori dal finestrino e rivide la casa di Roma, le alte porte laccate di bianco con i freddi pomelli, anch’essi bianchi. La luce che filtrava dalle persiane verdi sempre chiuse al mondo e lei. La rivide nei suoi gesti più consueti, quando con civetteria si scostava i capelli ramati dietro le spalle. La rivide mentre sorrideva al tavolo della sala da pranzo, mentre sorrideva a Tommaso, con quello sguardo di complicità senza fine, complicità da cui lui era escluso. Tommaso … Da bambino, era stato il suo idolo. Lui, le sue macchine sportive, l’ironia, l’intelligenza di Tommaso. Tommaso … L’avrebbe trovato lì? Ne dubitava.
Arrivò a Roma dopo circa un paio d’ore. Aveva fame. Si fermò a mangiare qualcosa, in un luogo di poche pretese. Tranquillo. Alla sua portata. Già. Cos’era lui, se non un uomo di poche pretese, in fondo! Così diverso da Tommaso, senza grandi ambizioni. Lontano dalle luci della ribalta. La ribalta!Lei era fatta per il palcoscenico. C’era una teatralità diffusa, sempre in lei. Sempre. Ma c’erano momenti in cui la sua forza di istrione veniva fuori quasi in modo furioso. Quando faceva tintinnare i cubetti di ghiaccio scintillante nel bicchiere, nella sua quotidiana sfida all’alcool.
Arrivò a casa che erano già le 23.00. Marta gli aprì la porta. Lui la guardò. Non era cambiata molto. Ci aveva pensato lei, gli disse. Aveva chiamato un’agenzia. Si erano occupati loro di tutto.
L’architetto diede uno sguardo alla casa. Com’era diversa rispetto ad allora! L’odore di piscio di gatti aveva invaso tutto lo spazio. Non più l’odore di lavanda dell’infanzia. Poi andò in camera. La guardò. “Sei ancora bella”. Pensò. “Bella come allora”. Chiuse la porta dietro di sé e disse a Marta: “Andiamo, torniamo domani per il funerale”. Uscirono per strada. C’era freddo. Una falce di luna splendeva nel cielo terso di marzo.

La Sedia

Come fa? Come accidenti fa?
Guardala, è serena, seduta di fronte, le braccia appoggiate al tavolo. Sorride pure.
Che cazzo hai da sorridere? Sembra una smorfia, quella!
Questa non è una situazione in cui si deve sorridere. Anzi, mi fa sentire a disagio, insieme a tutto il resto intorno. Le ho detto della sedia, di quanto sia scomoda, più volte, ma niente. Risponde che non c’entra, che non è la sedia, ma tutta la situazione. Per come siamo arrivati a questo, dice.
Mentre parla penso a come ho fatto a sposarla, cosa avevo in testa?
I soldi? Ne ho più io. La bellezza? Ce ne sono tante come lei, una o l’altra è lo stesso.
L’amore? Puttanate!
Forse le sue conoscenze, le connessioni con politici, imprenditori, gente che conta. Il giro giusto.
Si, forse.
Decido che non c’è, non voglio più vederla. E’ sparita. Sono solo seduto al tavolo, di fronte ho un fantasma, del brusio indistinto. Luce tremolante. Guardo intorno, magari mi distraggo un po’.
Accidenti a questo ristorante, finto antico, con le finte lucine di natale al soffitto che si accendono e spengono nervosamente. E le finte fotografie con i vip, tutte in posa. Tutti sorridenti. Finti.
Aspetta, chi ci ho portato qui l’ultima volta, un paio di mesi fa? Veronica? No, Cristina, quella con la erre moscia e l’accento inglese. Sorrido ripensando al dopo, arruffato.
E poi non è certamente un posto dove si possa parlare seriamente, questo, serve per cenare amabilmente, rompere il ghiaccio, scaldare l’atmosfera, preparare la serata. Il dopocena, il letto. Ma lei, quella che non dovrebbe esserci, non capisce, non capisce proprio e mi ha portato qui. In effetti in più di dieci anni non ha mai capito niente di come va il mondo.
Un momento, il fantasma mi sta dicendo qualcosa, concentrati, concentrati.
Ah, lo scopo dell’incontro. Parla di quello. Come se mi interessasse qualcosa.
Lo so, non devi ripetermelo mille volte, stronza. Lo so che vuoi lasciarmi, divorziare, prenderti questo, quello. Il gatto, la casa, la buca delle lettere. L’ho capito da un pezzo, almeno due o tre anni. Non sono certo stati i due mesi di separazione, e ci metterei due vigorose virgolette con le dita, a farmi capire che te ne volevi andare. E poi sai quante me ne sono scopate in questi due mesi.
Beh, sono state molte anche prima, se è per quello.
Stasera quello che mi da sui nervi è la tua calma. Parli, parli, senza neppure increspare le labbra, l’espressione sul viso rimane serena, sembri Siddharta sotto l’albero, alla fine del libro. Perché? La situazione non è normale. Dovrebbe uscirti una qualche emozione, un cazzo di tic almeno. Niente. Perché? Magari hai già un altro,
Già! Vero! Ecco perché sei cosi calma.
Stronza. Prendo una forchetta, te la punto contro e balbetto qualcosa, ora basta, ora basta, ma non c’entra nulla con quello che penso. E, credimi, non vorresti proprio sapere quello che penso, sappi solo che è tinto di rosso e tu sei distesa, immobile.
Cosa dice? Che devo accettarlo. Accettare cosa? Ah, si riferisce al divorzio, la separazione. Ti urlo che non me ne frega niente, ma solo dentro di me. Fuori non serve.
Non hai mai capito un cazzo di come sono fatto. Mai.
Prenditi tutto, vattene, sparisci. Non esisti, non esisti più, sei solo un fantasma.
Un ricordo. Passato.
Ed è ora che dia un occhiata al menù, cosa ordino? Ravioli dello chef, che vuol dire? Meglio le pappardelle al cinghiale. Poi una fiorentina. Carne fresca.
A proposito, c’è quella tizia, come si chiama? Quella che lavora in amministrazione. Mi lancia sempre delle occhiate e sorride. Flirta, sicuramente. Ci penso io, cara, a farti sentire bene, prima, dopo, durante. E’ una impressionabile, la porto qui, in questo posto costoso, crollerà sicuramente. Quel tavolo appartato laggiù in fondo, potrebbe andar bene, è intimo, crea l’atmosfera giusta. Domani la chiamo e poi prenoto l’albergo.
Ora però non roviniamo del tutto la serata, mangiamo qualcosa.
Cameriere?

Ho sempre accarezzato l'idea di una raccolta di racconti, il titolo sarebbe: "Con un'immagine negli occhi scriverei per sempre". Questo è uno, scritto durante la frequentazione della Scuola Holden, a tema.

domenica 7 marzo 2010

la luna (ballata)

La luna



Come dice il vecchio saggio? Se indichi la luna a uno stupido, lo stupido guarda il dito.

Perché non è mica facile guardare la luna.

Molto più rassicurante guardare il dito che la indica.

Attorno al dito sta aggrappato lo stupido.

Il temerario guarda la luna, e le sorride.

Non sempre accade il contrario, che la luna sorrida, ma tant'è.


Tu mi sfidi, mi inviti.

Io ti seguo perché forse sarò stupida ma è la luna che voglio guardare.


Non ho la tua forza.

Le energie, spesso, se ne vanno nella ricerca del respiro che sembra sprofondato in un pozzo.

Ma io cerco la luna nel pozzo, quindi è perfetto.

La cerco per raccontarle le mie storie.

Chissà se mi ascolterà?

E se non lo farà lei, qualcuno, di certo, ci sarà.

Uno sprovveduto.

Un pazzo.

Un sognatore.

Un temerario, che punta il dito al cielo e sorride alla luna.



Vivere per interposta persona... o cosa.

"La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con se l'annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi, e quando sarà passata non ci sarà più nulla, soltanto io ci sarò." F.Herbert, Dune.

Ci sono periodi in cui dai in gestione la tua vita ad altri.
Non si tratta di persone, no. Di quello ti sei stufato.
Tutto ciò che hai bisogno è un lungo respiro che ti ossigeni un po' e una pausa che possa rimettere le cose al loro posto. Fuori di te, dentro di te... non ha molto importanza, semplicemente ristabilire il tuo panorama privato che hai sempre visto o sognato. Quella baia, quella montagna, insomma il posto che ti porta serenità, la tua casa interna.

E allora consegni, chiavi in mano, il tuo tempo a un libro, a una tastiera musicale o alfanumerica, a un film, a un telefilm. Si dice evasione, chiamala se vuoi "non pensare". Solo che non pensare e basta è impossibile.
Però sarebbe bello.

Disconnessione del sistema in 5 secondi... 4... 3... 2... 1... Disconnesso


(in sottofondo il nulla assoluto)

Riconnessione del sistema... accesso effettuato.

Ci ho provato, ma non ho sentito nulla.
Comunque, dicevamo.
Ecco, questo tempo che lasciavo ad altri lo sto delegando a certe persone e ai loro pensieri. Persone distanti fisicamente e temporalmente che escono dalle pagine fresche o dalle note uniformi. Persone di cui ti puoi fidare e che ti insegneranno sempre qualcosa, e questo conta, lo sa Dio quanto conta. Persone che, al massimo, potranno deluderti per quel pezzo, o quel paragrafo, tuttalpiù per un libro, ma che mai! mai! potranno farti del male.

Ci sono molte cose a cui puoi consegnare la vita: ad una strada, a "un ago e al danno fatto", a una lacrima, a un viaggio, a una stanza vuota, a un dolce, al rosso corallo, a un binario, all'acqua della vita, a un disegno.
L'abbraccio è saldo perchè voluto, cercato.
Il liberarsi è difficile. Attenzione.

sabato 6 marzo 2010

Angoli

Cheppoi di angoli nella mia vita ne ho svoltati tanti, e ho detto "svoltati" e non "voltati" perchè è un tipico piemontesismo, ma l'azione si è spostata di un centinaio di chilometri e, se credete, anche di soggetto. Tanto la magia può fare, se voluta, qui a Torino. Di persone importanti dietro però pochine, ma comunque sempre più importanti, per quel tratto di strada.

E allora dicevamo di angoli, come quella volta che ero tremante appoggiato ad un'albero ad attendere la mia esecuzione e invece scoprire che di altre cose si può morire. Cose dolci e un pò amare come Nostalgia di Sylvian, con quel sapore inquieto che mi ha accompagnato sempre nella mia vita con lei e anche dopo. Ma era comunque l'inizio dell'inizio e ci aggiungerei ancora un "dell'inizio", per quel che di stupendo è arrivato poi. E sembrava essere lei in tutte le cose che facevo per la prima volta, come quel posto... aspetta: casa, o come la chitarra imbracciata a cantare una ninna nanna. O come quel viaggio in germania e quella candela accesa, e quei cucù che non stavano mai fermi, oggi sepolti in chissà quale cantina.
Non era lei.

Quel muro liscio, a Berlino dieci anni dopo, dove canticchiavo "I'm ready, i'm ready for the laughing gas..." pensando a Piazza Statuto divisa da una barriera ad impedire l'accesso a via Garibaldi, all'altro settore. "You are entering the 2nd sector", stai entrando nel secondo settore della tua vita, un noi diverso, complicato, che fa male. Degno della psichedelia più pura e schizoide. Tutto mi sembrava elevato all'ennesima potenza, in ogni alto, in ogni basso, in ogni parola. E parlavamo veramente tanto da non smettere mai, forse perchè non c'era tempo e quello avanzato era veramente poco. Non sembrava noi, non poteva esserlo.
Non eravamo noi.

E quella sera, tra Trento e Ala in autostrada, che mi sentivo forte con te "mille anni al mondo mille ancora, che bell'inganno sei anima mia e che bello il mio tempo, che bella compagnia", e ci regalai quel magnifico castello a forma di nave come vista eterna di noi e di altre due anime. E quella sera che mi facesti promettere sul futuro anche se uno di noi non ci fosse stato. Dovevi essere tu. Doveva esserci tempo, come la canzone di Fossati, a garanzia di ogni possibile futuro, tranne proprio quello che ci siamo ritagliati alla fine.
E comunque non era nemmeno quello

E stasera un tè preparato lentamente sui Marlene Kunz mi fa pensare al prossimo angolo che forse arriverà, senza cercarlo più di tanto. E con il rum in mano penso che se non arriva non importa, anche se un caleidoscopio vorrei tanto poterlo regalare...

giovedì 4 marzo 2010

Ce l'ho fatta!!!

Ce l'ho fatta a postare il video e per questo è un giorno perfetto!!



Perché l'ho scelto? Perché dopo aver chiaccherato con un'amica cara - e chi sarà, chi sarà??? :) - al telefono mi sono ritrovata queste note nella testa. Mi sono detta che un motivo ci sarà. Se tutto è perfetto così com'è, in qualche modo, con questa canzone posso presentarmi.
E' per voi, che sia un giorno perfetto ogni giorno.

piesse: grazie Mauri che, per caso, hai chiamato proprio mentre cercavo di capire, senza riuscire, come inserirlo. L'amica cara, al telefono, mi aveva proprio suggerito di rivolgermi a te. Come vedete, tutto è perfetto. :)

martedì 2 marzo 2010

Una lettera possibile

...le serate passate in queste giornate di festa mi hanno definitivamente convinto che l'essere ciò che sono, il sapere sempre indovinare, un attimo prima, quello che sta accadendo, è un dono prezioso. Che si paga a caro prezzo...so che puoi capire cosa significa essere così tanto nel mondo da esserne fuori. E' una sensazione pazzesca, è stare in uno spazio in cui mi accorgo che le parole servono soprattutto a chi ha poco da dire, o forse a chi ha tanto da "non dire". Allora mi sembra di volare al di sopra di me e di tutto, e guardare la pista, le piste che sono segnate, e sapere che l'unica giusta è quella ancora da tracciare. So che essere li davanti è dura, ma non potrei mai più tornare indietro. E so che tu sei li davanti, da qualche parte, in quella stessa improbabile terra...
Cazzo se mi piace, cazzo se mi addolora non riuscire più ad essere solo "uno" ma sempre "due", pur restando semplicemente me stesso...
Ogni volta che ti incontro, so di incontrare uno che vive la mia stessa follia. Quella stessa irrinunciabile ebbrezza che da l'essere ciò che si è. Lo stesso crudele, pazzo piacere di godere nel capire che c'è solo da vivere. E il capire è soffrire! Indicare le strade al mondo può apparire delirio di "deità", invero è soltanto alibi per l'incapacità di dividersi completamente con gli altri, perchè già divisi in se stessi, consapevolmente...
La mente che non mente più, che non cerca scuse al suo bastarsi da sola.
Sono pazzo? Può darsi!
Vorrei non esserlo, vorrei di nuovo immergermi nella storia con un altro, con gli altri, ma mi accorgo che ogni fottuto passo mi avanza di un passo, e non mi fa tornare indietro, per quanti sforzi io possa fare. Adesso so che quello "sguardo altrove" era e sarà sempre il mio sguardo. Quello che mi fa sempre piùì amare da tanti, tanto amare da finire odiato...
Ho tutta la forza delle mie debolezze, tutto il sapere il mio "non sapere un cazzo di nulla", il capire che c'è solo da vivere ogni momento come fosse l'ultimo. Con il progetto di domani, certo, ma completamente oggi, appieno. Senza più aspettative , illusioni.
Vivere appieno, fino alle ossa consumate nelle carezze, fino all'ultima stilla di sperma versata nel corpo di un altro o un'altra, fino alla consumazione di me prima che il tempo mi consumi a mia insaputa.
Sto scrivendo mentre scocca la mezzanotte. La mia ora da quando sono nato. L'ora in mezzo tra un giorno e un altro, che non è più ieri e non è ancora domani. Io vivo a quest'ora da sempre. Non ne posso più!
So che mi passerà, che me la farò passare. Ma proprio il saperlo mi spinge ancora di più in un luogo dell'anima tremendamente neutro, che non è piacevole, ma neppure orribile. Che non fa bene, ma neanche male. E' solo inutilmente piatto, senza alcun picco di nulla. Un luogo dove sono costretto a inventare scalate o scavare gallerie, per sentire dislivelli che non mi appartengono più.
Mi vorrei incazzare e mandare affanculo qualcuno, o forse tutti. Oppure amare come un prete idiota. E invece sono nel limbo. Invece sono forse semplicemente un uomo, con il problema di non saperlo essere più appieno...
Sono così terribilmente da solo...
Forse dovrei liberarmi, fare la "resistenza", ma solo contro me stesso.
Intanto mi rivolgo a te, senza sapere cosa dirti o non dirti. Senza sapere neanche tu chi sia, o se tu ci sia da qualche parte. Ti uso semplcemente, come s usa un tovagliolo per mondarsi la bocca mentre si vomita.
Cacchio, non ho neanche la la forza di immaginarti come uno che mi debba aiutare. Penso che ci sia chi ha più bisogno di me del tuo aiuto...e allora mi tiro da parte, mi vesto di una forza che, porca miseria, non ho. E soffro da morire quando mi accorgo che il mio farmi da parte, il mio mettere in un angolo la mia pena per dare spazio a quella degli altri, viene scambiato per presunzione, spocchia.
Come faccio a tornare indietro adesso? Dove torno?
Non ho mai amato viaggiare volgendo le spalle alla meta, ne' posso viaggiare guardandola avvicinarsi, perchè non credo più ad una meta. Credo solo al mio star viaggiando, da solo accanto ad altri uomini soli. ER la voglia di dirmi che siamo insieme, la fede nella mia fede è svanita da tempo. Tuttavia non ho voglia, ne' sufficiente arroganza, per dire a quegli uomini soli che viaggiano insieme, che è solo illusione.
Mi resta il senso di appartenermi, la sensazione di amare e non saperlo dire. L'ignoranza della mia capacità di comunicare cose che non dovrei, e che invece pare vivano di vita propria, e vadano da chi non vorrei, si rifiutino di raggiungere chi vorrei.
Amo sempre chi so che non mi amerà, così sarà colpa sua se un giorno me ne andrò, con l'alibi di non essere stato amato a sufficienza, non essere stato compreso.
Mi dico che non ha senso, non da soddisfazione amare chiti ama a prescindere. Vorrei riuscire a farmi amare da chi mi detesta, dirgli che lo detesto mentre o stimo e lo amo per avere il coraggio di essere quello che è, senza curarsi di me. Quando questo è accaduto, ho accelerato verso un altro me, più estremo, per provare fino a dove l'amore di chi diceva di amarmi mi avrebbe potuto seguire, o per provare a me stesso di poter seminare qualsiasi "inseguitore".
Vigliacco!
Non chiedo mai ad alcuno di provare a compiacermi. Piuttosto mi sento felice quando vengono disattese le mie aspettative, perchè se così non fosse verrebbe corroborata la mia presunzione di aver capito tutto. Non sarebbe altro che rinforzare le mura della mia casa interiore, trasformarla in castello di sabbia piuttosto che torre d'avorio. Destinata a sciogliersi, a disfarsi alle prime lacrime che, inesorabili aspettano che io mi creda al sicuro per poter poi tracimare.
Quando amo mi danno, pensando di non fare abbastanza per chi amo, credendo di coccolare solo il mio "voler essere" innamorato.
Stanotte lui dorme, o forse no. E io penso se mi pensa, se è soddisfatto, se mi desidera o desidera solo qualcuno, uno qualsiasi, che lo ascolti, lo soddisfi nel suo bisogno di essere con qualcuno accanto.
Riesco sempre ad amare chi non fa nulla per non apparire detestabile, perchè anche io non voglio essere amato per le mie cose belle. Voglio che mi si ami per le mie nefandezze. Che chi lo fa sia capace di farmi sentire che non vuole cambiarmi, trasformarmi nella sua idea.
Io amo così, senza volere che chi amo sia diverso da come è...
Scrivo come se scrivessi a qualcuno e invece scrivo a nessuno. Comunque, chiunque tu sia, scusami per questo sfogo. Davvero non ce la facevo più a tenermi dentro questo mare di "non so cosa" che mi stava affogando. Non mi andava di travestirlo da racconto, avevo bisogno di rivolgermi a qualcuno...e sei uscito tu dal mazzo. E il mazzo è pieno di carte, ma se sei venuto fuori tu, un motivo deve esserci. Perchè credo, "devo" credere, che tu sappia di cosa vado parlando quando dico queste cose. Sono certo che sai cosa è toccare il proprio dolore, prenderlo tra le mani, palparlo, sentirne la consistenza, la durezza o fragilità, e rendersi conto di non poterlo consegnare a nessuno mai...solo diluito forse, o corazzato, ma mai completamente.
Questa sera avevo bisogno di poterlo toccare ancora, come lo tocco ogni fottuto giorno, e insieme mostrarlo a qualcuno che fosse sufficientemente forte da poterlo, contemporaneamente "sentire" e sopportare, non supportarlo.
Altri lo avrebbero solo sopportato, mi avrebbero dato ascolto mantenendo le distanze...o forse mi avrebbero supportato, e allora non avrebbe avuto senso mostrarlo.
Sentire dolore è sentire amore che fugge, amore che manca al momento, ma che da qualche parte esiste. Senza dolore niente amore. Un supporto al dolore è un lenimento dell'amore, non è più amore che ama. Voglio invece continuare a sentirlo come lo sento, e insieme sperare che un altro lo senta, a lmeno sappia di cosa vado dicendo, soffrendo, piangendo.
E non il suo dolore come il mio dolore, ma il mio che va da lui, come da me vengono quelli di tutti. Anche quando non li voglio, quando navigano fiumi di lacrime mai pianti. Sentire che sente.
Non è psicosi, non è invasione del pensiero, non è presunzione di poterlo leggere. E' qualcosa che è vero come solo le cose di cui si è insicuri possono essere.
Non ho la certezza di sentire, bensì il dubbio di essere in grado di farlo. Allora non è follia, perchè non è certezza.
Mi piace credere che tu sia come me, che il dolore degli altri tu lo senta imergendoti dentro di esso, facendolo tuo. Io lo faccio ogni giorno, forse per dimenticarmi del mio, per coprirlo.
Stanotte chiedo a te, per dieci minuti, di immergerti nel mio e liberarmi un poco. Non rileggerò quanto ho scritto, quindi perdona qualche errore di forma o "orrore" stilistico...se rileggessi non ti darei questa lettera, per pudore, insensato forse...ma so che sai di cosa parlo.
Perchè se stai leggendo, se stai annegando in questo mare di parole, non hai un altrove dove spendere il tuo tempo, dove farlo vivere senza che tu ti impegni a dargli una direzione. Perchè, forse, anche tu non hai chi ti prenda per mano e ti conduca a se'...
perchè forse anche tu sei solo un uomo solo come me.

Trova le differenze ...


Comunicazione più o meno di servizio.


Com'è il tuo occhio? E' allenato a vedere le differenze? E inevitabilmente qui spunta l'immagine della Settimana Enigmistica. Ebbene sì, ho fatto ordine tra le etichette. Le ho eliminate tutte a parte i nostri nomi. Cominciavano a diventare troppe e allora mi sono messa al lavoro e le ho tolte. Spero che non me ne voglia nessuno, ma io sono l'amministratrice qui e in quanto amministratrice qualche libertà me la concedo. Sono rimasti solo i nomi dei postanti, tutto il resto in fondo è etichettabile sotto un'unica grande voce: "Vita". Poi ho anche "giustificato". Sì, lo so. Sono assurda. Ma ho come l'impressione che sia tutto più leggibile se "allineato". Piccole manie che spero vogliate perdonarmi. Fossi così puntuale e precisa nella vita come nei blog. E invece no. E' esattamente l'opposto. Quantomeno dipende dai periodi. Ci sono dei momenti in cui m'innamoro dell'idea dell'ordine, in genere quando diventa difficile vedere anche la mia stessa faccia nello specchio, tanto è il caos che mi circonda. Quando arrivo a quel punto decido che è l'ora della svolta e comincio a progettare di mettere mano alla mia valigia degli orrori e ai cassetti del carrello porta TV. Poi mi rendo conto che è prematuro mettere mano a quell'orrore e allora mi oriento verso le pile di biancheria da lavare e possibilmente da stirare. E dopo avere pensato di gestire le pile, sono talmente esaurita che ... mi tocca rinviare il tutto a momenti più propizi. Mah ... che ci dobbiamo fare? Non ci resta che aspettare il miracolo e consolarci con qualche pasticcino qua e là, tanto per gradire.
___
P.S. Fanno parte integrante del post i pasticcini a sinistra del testo (servitevi pure che dopo vediamo le differenze!) e il video musicale a destra del post. Guardatelo perché è davvero carino. Non potete perderlo. Fate un atto di fiducia. Non ve ne pentirete. ;)

lunedì 1 marzo 2010

Valentina prendeva il treno


Quand'ero piccola trascorrevo molto tempo con mia nonna.
La mia nascita era stata risolutiva per molte aspettative e molte persone: per i miei genitori, che con me avevano compensato, per quanto possibile, la morte del primogenito; per mia nonna, che aveva trasferito il suo amore ossessivo da mio padre a me.
Così prese a sequestrarmi spesso, quando, cioè, le veniva la mattana improvvisa di andarsene al mare.
Mio padre, avrò avuto non più di tre o quattro anni, mi aveva regalato una bambola bellissima, una delle prime bambole parlanti. Si chiamava Valentina, aveva un caschetto biondo platino, un vestitino rosa e le scarpette bianche. Dietro il collo un anello di plastica collegato ad un filo.
Io tiravo e lei, senza espressione, mi diceva:" ciao, mi chiamo Valentina, e tu?". "io Nita", le rispondevo, convinta di un'interazione che allora mi pareva possibile.
La amavo tanto, quella bambola, più di qualunque bambola avessi mai avuto.
Mia nonna, però, temeva che potessi sciuparla, e allora imbastì una storia pazzesca (oggi diremmo fiction) per preservare il giocattolo dalle mie manine iperattive.
- Nonna, dov'è Valentina? Non la trovo.
- Ah, hai ragione. Valentina ha preso il treno ed è andata a Roma.
- A Roooomaaaa? Ma perchè? Qui non stava bene?
- Certo che qui sta bene, ma lei lavora: fa l'impiegata.
- A Roma?
- Sì. Vedrai che torna sabato.
Aspettai una settimana lunga un secolo. Credevo ciecamente a quella favola, ma temevo che lei non tornasse mai più.
Invece il sabato successivo nonna mi prese per mano e mi portò vicino al cancello: Valentina era lì, e mi sorrideva.
La abbracciai forte e trascorsi, con lei, il primo di una lunghissima serie di finesettimana che sarebbe venuta a trascorrere con la sua amica "di carne vera".
All'inizio della settimana la accompagnavo lì dove l'avevo ritrovata: sapevo che l'avrei rivista presto.
Non so, poi, che fine fece. Per quanto mi sforzi non riesco a ricordare più niente, a parte lei in tutti i particolari, gli arrivi e le partenze.
Magari un bel giorno si innamorò e decise di rimanere a Roma per sempre.
Sorrido, mentre ne scrivo, perchè proprio ieri, a pranzo, mia madre ha ricordato l'episodio.
Sorrido anche perchè, della mia infanzia, ho ricordi molto belli: i problemi sarebbero arrivati, copiosi, solo qualche anno dopo.
Intanto la giornata è volata.
A voi auguro una settimana di ritmo e allegria: abbiamo appena incominciato.