Il ponte

Il ponte
Quadro di Enzo De Giorgi
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lunedì 15 novembre 2010

C'è tempo



Ah il tempo, il tempo!!! Credete che sia stato facile??? Ebbene no. E' stata un'impresa quasi eroica postare questo video. Il problema? La password. E chi se la ricordava più ... prova che ti riprova e tenta che ti ritenta sono riuscita a farla riaffiorare. E quindi vi regalo questo video e le insuperabili opere di Enzo a cui i tre lettori abituali di questa casa pressocché abbandonata sono già avvezzi. Sono le prime righe che scrivo da qualche mese a questa parte. Scusate quindi lo stile un po' maldestro. Un saluto a chiunque si trovasse a passare di qui. :)

venerdì 19 marzo 2010

Malika

Il cambiamento, caro mio, è la chiave del desiderio
Tahar Ben Jelloun, Partire




Le creature di sabbia sono sempre cittadine di una ferita e soggette ai forti venti del deserto e del pregiudizio.

Sono ferma guardando il mare all'orizzonte. Lontano lontano la costa di Spagna si ostina a restarmi celata allo sguardo. Troppo lontana la costa di Spagna disegna l'arco a sesto acuto delle tue sopracciglia, muto punto interrogativo sulle mie parole. L'immobilità mi procura uno strano formicolio in tutto il corpo. L'immobilità è delle pietre. Non può appartenerci se non per un istante. Scruto il mare all'orizzonte mentre granello dopo granello la sabbia scivola nella clessidra del desiderio negato. Il formicolio aumenta. L'immobilità è della pietra. Scruto all'orizzonte il mare mentre divento formicolio. Ferma. Poi divento pietra. Arriva la sera ed io divento sonno. Dormo. Mi abbandono.Il mare vive dentro al mio sonno e la luna mi fa da sfondo. Sento cambiarmi le fattezze del volto e poi il corpo piano rinasce ignaro del suo stesso genere. Tutto e niente. Sono.

Ascolta, viandante. Passa senza dire nulla. Guarda col tuo sguardo la ferita, l'orlo del sangue rinsecchito segna l'impronta dell'onda sulla battigia in un tramonto pallido. Accarezza quell'orlo con sguardo curioso. Poi vai. Non è da me il tuo posto. Il tuo posto non è qui.

La tua voce muta al mondo me la porto dentro da secoli, suadente e piena di illusorie ed improbabili vicinanze. Certe solitudini sono senza scampo, senza via di fuga.

Oggi andrò all'hammam e laverò questa ferita che il mondo non possa più vederla e neanche immaginarla. Non sopporto gli sguardi pietosi. Mi sono intollerabili alla vista.

Qualcuno dice che sette sono le porte da attraversare. Io sono appena alla terza. Devo prepararmi per la successiva.
Lasciami solo un po' d'acqua per quando avrò tanta sete, viandante.

Sulla via dell’hammam, passo dal souk e mi ricordo di quando mia madre sgozzava le galline. Un solo colpo secco e, pendulo, si rovesciava il capo dell’animale pieno di morte dove un attimo prima c’era vita. Secca e improvvisa era la torsione del collo della gallina, secca era mia madre e brutale quando nel souk mi torceva il polso appena i colori di una tela mi avvincevano lo sguardo. Bastava questo gesto a togliere voce a ogni mio desiderio. Madre, madre che mi hai negata al desiderio! Lo scriba a cui chiedesti di scriverti una lettera d’amore non ebbe esitazione a dirti: No. L’amore non abitava il tuo cuore e lo scriba non aveva parole per te.

Il souk vive di frenesia, vive di sogni strappati a turisti imprevidenti. Comprerebbero anche lo sterco al prezzo di un diamante. Deve essere il sole. Questo caldo che ti bracca l'anima. Noi ci siamo avvezzi e sappiamo che è folle sfidarlo. Bisogna solo fotterlo giocando d'astuzia e di lentezza. Siamo più scaltri noi. E' una scaltrezza che viene da lontano. Il segreto sta nella lentezza. Tutto qui.

Profumi di spezie e di incensi riempiono l'aria in un modo che è quasi nauseante. Bisogna respirare in modo saggio per non esserne storditi.Oggi ho gli occhi stanchi, così tanto stanchi che disegnano cerchi concentrici intorno ad una sola immagine sfuocata, che assomiglia alla tua nuca. Ma non la tua nuca di oggi. No, non quella. La tua nuca di venti anni fa, quando davanti ai dotti dell'università discutesti il tuo lavoro di agronomia e davanti a una domanda inaspettata il tuo collo prese a torcersi così nervosamente che mi sarei messa a urlare contro quegli uomini che ti mettevano in difficoltà, ad arte. Sembrava una cosa studiata. Forse una piccola vendetta. Mediocri.
Gli occhi oggi sono stanchi di una stanchezza che viene da lontano e granelli di sabbia si frappongono tra la tua nuca di ieri e quella di oggi. Devo cercare lo scriba. So che qualcosa ne scrisse. Dei versi, credo. Versi sul tuo collo nervoso. Te li lessi una volta venti anni fa e poi di nuovo appena due anni fa. Ne ridemmo. Devo cercare lo scriba. Lo cerco. Non c'è. C'è solo una sedia. Vuota.

Cerco lo scriba. Chiedo ai vicini. Non ne sanno niente. Saranno tre anni che non si vede in giro. Deve essere partito, dicono. Lo diceva sempre che prima o poi avrebbe preso la via del deserto. Deve averlo fatto.
La sedia vuota, dove prima sedeva lo scriba. Dietro la sedia il muro scalcina coprendo di bianco la strada. E' abbandonata la casa. La sedia è sola. Giro intorno alla casa in cerca di tracce. Nel cortiletto un gatto bivacca all'ombra di un pozzo. Ma c'è qualcosa sul pozzo che sventola al vento. Un piccolo quaderno mezzo spaginato con i fogli ingialliti dal sole.
Apro il quaderno nel mezzo. Leggo:

Sulla sua nuca c'erano scritte tante cose e in modo disordinato. Prima una fine e poi un inizio e poi di nuovo un inizio e una fine. Una mela per tre nel 1989 e la neve a gennaio negli occhi di Zaira nell'anno 2005. Zaira vestita da sposa, la sposa tunisina all'occidente, la vertigine del vuoto negli occhi di Zaira in una fredda mattina di febbraio. E poi l'odore di formaldeide di un ospedale nell'anno 2006 e un albero pieno di nodi nell'anno 1989. Un inizio e una fine. Una fine e un inizio. Nel mezzo: una vita.

Mi si riempiono gli occhi di lacrime. Mi siedo.

martedì 9 marzo 2010

Lo straniero


Alte risuonavano le note di Oh Madre Mia nelle voci di Amilcare Ponchielli e Maria Callas. Attraversavano le pareti rimbalzando di scalino in scalino nella vecchia casa di città e poi invadevano il quartiere a grande forza. I vicini sopportavano pazientemente. In fondo solo di tanto in tanto di domenica mattina l’architetto alzava il volume e la lirica si ascolta così. In fondo l’architetto era una persona garbata, salutava sempre quando lo si incontrava per strada e poi si sollevava con uno scatto improvviso il bavero del cappotto color cammello. Da quant’è che abitava lì? Beh, saranno sette anni, almeno. Sempre lo stesso cappotto color cammello. Un’appendice del suo corpo. Impossibile pensare a lui senza immaginarselo nel suo cappotto, lungo ed elegante.
Quand’era arrivato lì, si pensava che fosse di passaggio, come gli inquilini che passavano sempre da quella casa, la casa di Giovanni. Giovanni, il benzinaio, quello che era stato coinvolto in quell’affare lì, quello delle case da gioco. Poverino, fare quella fine lì! Non aveva retto la vergogna. Si era sparato un colpo in testa una sera di dicembre di, quanto tempo sarà passato? Dieci? No, di più. Dodici anni, almeno. La famiglia aveva abbandonato il quartiere pochi mesi dopo e la casa, quella grande casa di città, era stata data in affitto. L’architetto era quello che si era fermato di più, lì.
La voce della Callas risuonava forte quando un trillo insistente lo richiamò alla realtà. Si scosse e lentamente alzò il ricevitore. Riconobbe subito la voce e capì dal timbro metallico che si trattava di qualcosa di serio. “Vieni”, disse Marta, “è ora di tornare”. Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Da tre anni ormai non la sentiva, mai.
Un solo cambio d’abito sarebbe bastato. Preparò il bagaglio. Spense lo stereo ed andò a prendere il treno. La stazione affollata, come sempre, accolse l’architetto. Fece il biglietto per Roma e aspettò l’intercity delle 18.00.
Sul treno si alzò il bavero del cappotto quasi a proteggersi meglio dal freddo. Ma non c’era freddo nello scompartimento. Il suo freddo veniva da dentro e da lontano. Appuntò lo sguardo fuori dal finestrino e rivide la casa di Roma, le alte porte laccate di bianco con i freddi pomelli, anch’essi bianchi. La luce che filtrava dalle persiane verdi sempre chiuse al mondo e lei. La rivide nei suoi gesti più consueti, quando con civetteria si scostava i capelli ramati dietro le spalle. La rivide mentre sorrideva al tavolo della sala da pranzo, mentre sorrideva a Tommaso, con quello sguardo di complicità senza fine, complicità da cui lui era escluso. Tommaso … Da bambino, era stato il suo idolo. Lui, le sue macchine sportive, l’ironia, l’intelligenza di Tommaso. Tommaso … L’avrebbe trovato lì? Ne dubitava.
Arrivò a Roma dopo circa un paio d’ore. Aveva fame. Si fermò a mangiare qualcosa, in un luogo di poche pretese. Tranquillo. Alla sua portata. Già. Cos’era lui, se non un uomo di poche pretese, in fondo! Così diverso da Tommaso, senza grandi ambizioni. Lontano dalle luci della ribalta. La ribalta!Lei era fatta per il palcoscenico. C’era una teatralità diffusa, sempre in lei. Sempre. Ma c’erano momenti in cui la sua forza di istrione veniva fuori quasi in modo furioso. Quando faceva tintinnare i cubetti di ghiaccio scintillante nel bicchiere, nella sua quotidiana sfida all’alcool.
Arrivò a casa che erano già le 23.00. Marta gli aprì la porta. Lui la guardò. Non era cambiata molto. Ci aveva pensato lei, gli disse. Aveva chiamato un’agenzia. Si erano occupati loro di tutto.
L’architetto diede uno sguardo alla casa. Com’era diversa rispetto ad allora! L’odore di piscio di gatti aveva invaso tutto lo spazio. Non più l’odore di lavanda dell’infanzia. Poi andò in camera. La guardò. “Sei ancora bella”. Pensò. “Bella come allora”. Chiuse la porta dietro di sé e disse a Marta: “Andiamo, torniamo domani per il funerale”. Uscirono per strada. C’era freddo. Una falce di luna splendeva nel cielo terso di marzo.

martedì 2 marzo 2010

Trova le differenze ...


Comunicazione più o meno di servizio.


Com'è il tuo occhio? E' allenato a vedere le differenze? E inevitabilmente qui spunta l'immagine della Settimana Enigmistica. Ebbene sì, ho fatto ordine tra le etichette. Le ho eliminate tutte a parte i nostri nomi. Cominciavano a diventare troppe e allora mi sono messa al lavoro e le ho tolte. Spero che non me ne voglia nessuno, ma io sono l'amministratrice qui e in quanto amministratrice qualche libertà me la concedo. Sono rimasti solo i nomi dei postanti, tutto il resto in fondo è etichettabile sotto un'unica grande voce: "Vita". Poi ho anche "giustificato". Sì, lo so. Sono assurda. Ma ho come l'impressione che sia tutto più leggibile se "allineato". Piccole manie che spero vogliate perdonarmi. Fossi così puntuale e precisa nella vita come nei blog. E invece no. E' esattamente l'opposto. Quantomeno dipende dai periodi. Ci sono dei momenti in cui m'innamoro dell'idea dell'ordine, in genere quando diventa difficile vedere anche la mia stessa faccia nello specchio, tanto è il caos che mi circonda. Quando arrivo a quel punto decido che è l'ora della svolta e comincio a progettare di mettere mano alla mia valigia degli orrori e ai cassetti del carrello porta TV. Poi mi rendo conto che è prematuro mettere mano a quell'orrore e allora mi oriento verso le pile di biancheria da lavare e possibilmente da stirare. E dopo avere pensato di gestire le pile, sono talmente esaurita che ... mi tocca rinviare il tutto a momenti più propizi. Mah ... che ci dobbiamo fare? Non ci resta che aspettare il miracolo e consolarci con qualche pasticcino qua e là, tanto per gradire.
___
P.S. Fanno parte integrante del post i pasticcini a sinistra del testo (servitevi pure che dopo vediamo le differenze!) e il video musicale a destra del post. Guardatelo perché è davvero carino. Non potete perderlo. Fate un atto di fiducia. Non ve ne pentirete. ;)

sabato 27 febbraio 2010

Zelda

Caro Scott,


perché anche stamattina non posso fare a meno di amarLa nonostante tutto? Stanotte in preda alle più nere delle insonnie ho cercato di capire perché la mia vita sembra legata alla vostra a doppio nodo. Lei è in sé concluso, completo. Non ha bisogno di Zelda per vivere, per quanto ancora si ostini a voler danzare con lei. Credo che Lei assommi in sé il maschile e il femminile, il sole e la luna, e tutti gli elementi tutti, terra, aria, acqua e fuoco … sì, Lei ha tutto, Lei è tutto. E’ tutto in sé conchiuso. Non ha bisogno di Zelda Lei per vivere. Affatto. Anzi, al contrario: Zelda è l’incrinatura, è la distonia, è il meccanismo rotto che inceppa la macchina . Sì, Zelda un tempo è stata funzionale alla sua scrittura, serviva a dare movimento, forza drammatica e pathos alle parole dei Suoi romanzi … ma adesso? Non so Scott … ho come l’impressione di dovere andare, di dovere lasciarLa alla vita finalmente …
Stanotte ho pensato a questa nuova donna di cui mi dicono, questa ballerina che si è messa sulla Sua strada, ho pensato alle sue mani su di Lei, ho pensato alle mille carezze in cui potrete ritrovare quell’entusiasmo dell’amore che io non so più darLe da tanto. Stanotte ho immaginato le Sue mani Scott su di Lei, e vi ho odiato entrambi e poi vi ho amato di un pensiero d’amore che non so dire, vi ho regalato albe e tramonti nuovi e possibilità e sguardi e futuro prefigurandomi tutte le dolcezze del mondo, tutte per lei Goofy caro … Mi sembrava stanotte di poterLa abbandonare a questo sogno, mi sembrava di volerlo fare …
Stamattina amore, non so … è tutto così maledettamente difficile. Come faccio a lasciarLa andare? Mi sento così sola e spezzata e ancora più incrinata, come faccio a chiuderLe davvero la porta? Non so se ce la farò. Lei non mi ha deluso Scott, affatto. Mio adorabile amante dei distillati, stamattina Lei è nell’aria che respiro, nel raggio di sole che si fa strada di tra le persiane chiuse, nel suono monotono dell’onda sulla battigia, nel canto stridulo delle cicale, nel cespuglio odoroso del rosmarino … Scott, stamattina Lei è in ogni dove e come un dolce veleno mi circola nelle vene. Chissà se un giorno riuscirò davvero a non amarla più. Chissà!
Vado via per qualche giorno Scott. Ho bisogno di calma e silenzio per capire bene che cosa è giusto fare, stanotte pensavo di saperlo, ora non so … non lo so più.
Zelda

P.S. Una delle lettere che mi sono permessa di scrivere per conto di Zelda … certe predilezioni non sono casuali. C’è un principio di dissociazione in me? O anche peggio??? A chi verrebbe in mente di scrivere a Francis Scott Fitzgerald? C’è stato un periodo in cui io l’ho fatto e il bello sapete qual è? Goofy mi ha risposto. La rete mi ha offerto un novello Scott che rispondeva alle mie missive “dalla parte di Zelda” perorando le ragioni di “Scott”. Ho scritto lettere per mesi poi, come si conviene a chi è mosso dentro da un reale furore distruttivo, in una notte distrussi tutto … sono rimaste appena un paio di lettere nella mia cartella dei documenti. Una è questa. Delle lettere di Scott invece è rimasta traccia per un po' di tempo nel blog di Vanna, prima che cancellasse tutto anche lei a sua volta.

giovedì 25 febbraio 2010

Casalinghitudine

Oggi ho capito un paio di cose o tre:

  1. Sono una compulsiva (in realtà questo lo sapevo già ma oggi ne ho avuto la prova provata).
  2. Le casalinghe vere non possono scrivere, assolutamente. Sfido io chiunque a dimostrarmi il contrario. Se avessi un minimo di energia scriverei sulla giornata di oggi almeno un romanzo. Quante cose mi sono venute in mente lavando e lucidando. Quanti ricordi. Il sabato a casa dei miei tanti anni fa quando ancora vivevamo tutti insieme. Le mie sorelle armate di scopa e paletta. Io sempre a spolverare: ero la più piccola, dovevo cedere (spolverare era tra i lavori di casa quello che odiavamo di più in assoluto). Mia sorella M. che avrebbe battuto un’intera impresa di pulizie quattro a zero tanto era precisa, meticolosa e scrupolosa. Si spalancavano porte e finestre. E tutto veniva lavato ma proprio tutto tutto. Era M. a lavare e quando il pavimento era bagnato si sarebbe potuto presentare il Presidente della Repubblica o il Papa in persona e sarebbe stato fermato alla porta d’ingresso dal suo urlo furioso: “Aspetta che asciughi. Non lo vedi che è bagnato!!!”. Eravamo a casa sua quest’anno per il pranzo della Vigilia di Natale (nella mia famiglia si fanno i pranzi e non le cene, ma questa sarebbe storia lunga da spiegare e davvero oggi non sarei nelle condizioni per farlo … mi ammalerò? Dovrete venire a curarmi nelle prossime due settimane? Non posso escluderlo. C’è qualche volontario? Qualcuno si offre??? Ahi, ahi, ahi … come mi sento!!! Avrò esagerato un po’? ), scusate la lunga digressione, dicevo che per il pranzo della Vigilia di Natale eravamo a casa (che poi in realtà è una sorta di castello, non esagero: tre piani e tanti vani) di M.: tutto perfetto. Un granello di polvere qualcuno l’avrebbe potuto trovare? Giammai. Tutto perfetto. M. sarà una casalinga vera? Mi chiedo. Lei lavora eppure è una casalinga vera. Credo che non abbia mai scritto in vita sua. Credo che non potrebbe farlo mai.
  3. Una casalinga vera non fuma. Quantomeno non fuma in casa. Metti che uno abbia passato una mezza giornata a pulire una stanza della sua casa (uno a caso io e una casa a caso: la mia, una casa un po’ bohemien come disse la mia amica Mariella quando venne a casa mia la prima volta), dicevo mezza giornata per una stanza che a fine lavori profuma di un misto di vaniglia, agrumi e cose buone, bene come può questa persona presumibilmente rovinare il risultato di tanta fatica accendendo una sigaretta; è chiaro che uno si dispiace, no? E’ una sorta di delitto. E’ un crimine, chiaro.
  4. Una casalinga vera non scrive, non fuma e va a letto prima di carosello e non dopo. Io spesso vado a letto presto e leggo. Ma ne avrò la forza stasera? Ne dubito. In breve ho capito che io non sarò mai una casalinga vera e se mai dovessi diventarlo, voglio una stanza nella casa che sia un vero e proprio fumoir, una stanza tutta per me. Non potrei rinunciarci. Da un bel po’ di tempo ho una casa tutta per me ma è troppo, una casa è troppo, decisamente, a meno di non pagarsi una donna ad ore. Non l’ho mai fatto prima d’ora. Mi sa che però domani comincio a chiedere un po’ in giro ché i miracoli non avvengono certo tutti i giorni!

E fin qui (lo confesso) mi sono ri-citata. Questa cosa l'ho scritta il 28 dicembre del 2008. Cos'è cambiato nel frattempo? Ben poco, purtroppo. Ho avuto una fase di maggiore attenzione e costanza nella gestione della casa fino a qualche tempo fa, ma trattavasi di uno stato di grazia interrottosi oramai da un paio di settimane. Oggi ci ho pensato seriamente a darmi un po' da fare ma mi sono stancata talmente tanto solo a pensarci che poi non sono più riuscita a passare dall'intenzione all'azione. Domani pomeriggio però ci provo seriamente. Non fosse mai dovesse arrivare un/una ospite improvviso/a come minimo devo metterlo/a nella condizione di entrare in casa senza dovere sgomitare e fare lo slalom tra una cosa fuori posto e un'altra. Riuscirà la nostra eroina??? Stiamo a vedere. Vi aggiorno.

mercoledì 24 febbraio 2010

Father and daughter



La mattina che te ne sei andato era giovedì, c’era freddo e spirava un vento di tramontana. Davanti all’obitorio pochi alberelli, alberi giovani si piegavano sotto le raffiche un po’ fuori stagione. In una fredda giornata di aprile sono diventata orfana di te. Sei arrivato chiuso in un affare metallico di colore grigio. Affianco c’era un lenzuolo intriso di sangue. Il tuo. Eppure non riuscivo a pensare che fosse proprio roba tua. Mi sembrava come quando alla TV vedi un film o un servizio forte. Sì, ti scuote … ma è ad un tempo così lontano. Lontano … e poi tutte le ore successive le ho vissute come da lontano, come da lontano. Come da lontano ti ho scelto la bara. Come da lontano sono stata dai carabinieri. Ho ripreso le tue poche cose e sono anche riuscita a sorridere un po’ quando il carabiniere che stilava il verbale di restituzione degli effetti personali mi ha detto: Signora, suo padre era pieno di soldi … c’erano soldi da tutte le parti. Ho sorriso. Sì, eri proprio tu. Poi dal portafogli sono spuntate poche foto e l’immagine delle stimmate di Padre Pio. Te le portavi sempre appresso. Pochi giorni prima, alla fine del pranzo di Pasqua, avevi sfilato quelle foto e ci avevi raccontato tante cose che non avevi mai detto. Come se sapessi che non c’era più tanto tempo … come se in qualche modo misterioso tu lo presagissi. Non sapevo cosa farne di quel portafogli e del resto, chiusi in una busta gialla. L’ho tenuto in borsa. Non sapevo dove lasciarlo. Non volevo che gli altri lo vedessero in quelle ore. E poi il giorno dopo quando siamo venuti a prenderti tu eri lì, fermo con l’espressione di sempre, quella di quando dormivi e vederti mi ha fatto stare meglio. Meno male che è stato possibile vederti ancora nonostante lo scetticismo delle prime ore quando medici e soccorritori e chi ti aveva visto il giorno prima diceva che non era proprio il caso di “guardarti”.Siamo stati lì con te per ore. Abbiamo pianto e abbiamo anche riso ché ti ricordavamo “grillo” come sei sempre stato. Poi a un certo punto mi sono ricordata del portafogli nella busta gialla. L’ho tirato fuori. Abbiamo riguardato le foto e ricordato la domenica di Pasqua e come d’istinto ho preso le stimmate di Padre Pio e te le ho messe tra le mani. Chissà da quanti anni te le portavi appresso. Sono partite con te. Domenica saremo ancora tutti insieme a tavola. Sono venuti tutti. Siamo tutti qui. Ci mancherai, di certo. Ho pianto tanto i primi mesi e non solo per l’assenza di te. Negli ultimi mesi non riuscivo più a farlo. Adesso sto piangendo e mi fa bene ché ci sono lacrime e lacrime …

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P.S. Avevo giurato che non avrei utilizzato le cose scritte altrove e in altri tempi. Ma spesso mi è difficile tenere fede ai miei stessi giuramenti e questo è uno di quei giorni. Quanto sopra è stato scritto il 10 aprile del 2009 a un anno esatto da quando mio padre mi ha lasciato. Mio padre ... vorrei potere scrivere di lui ancora, ché se ne scrivo è come se ce lo avessi ancora qui a portata di mano. Magari sarà questo il posto in cui potrò tornare a scrivere di lui. Spero di non avervi intristito troppo postando questo. Volevo solo regalarvi un momento chiave della mia vita. Un bacio a tutti.

martedì 23 febbraio 2010

Pro-posta

A tutti i co-autori. Ci liberiamo del "tema del giorno" e lasciamo che i nostri testi fluiscano liberamente prendendo a pre-testo gli spunti offerti dai compagni di viaggio? Inizi, viaggi, tempo, ponti, passaggi ... e tutto quello che viene. Forse non era proprio un'ottima idea stare nel recinto del tema del giorno. Ci proviamo?

Il viaggio e ... la gente della notte

Su suggerimento di Vanna che ancora non è riuscita ad aprirsi un account google posto questa canzone che non conoscevo prima d'ora. Mi sembra assolutamente in tema:



Piesse. Giovanni, appena puoi aiuta la nostra amica comune ad aprire l'account. Vanna "deve" essere autrice anche qui. D'altra parte l'idea del blog mi è venuta anche a seguito delle nostre chiacchiere marchigiane. Questa canzone mi fa anche un po' pensare a una serata in un baretto sul porto di Ancona ... e mi sembra molto legata anche al tuo post Giovanni.

lunedì 22 febbraio 2010

co(r)rispondenze

Co(r)rispondenze ... comincia lo spettacolo.
Un nuovo inizio. Mi piacciono gli inizi. Mi piacciono così tanto che se mi guardo indietro non faccio che vedere una lunga scia di inizi. Perché questo blog? Come nasce? Perché "Co(r)rispondenze"?
Il blog nasce sicuramente da un bisogno, il bisogno di raccontarsi, di esserci nella parola, nell'immagine, nella musica, di "esserci". Io scrivo da molto. Come tanti ho iniziato a scrivere per me stessa. Poi ho continuato a farlo per gli "altri". Mai ho scritto meglio di quando mi sono immaginata un "interlocutore", fittizio o reale non era importante. Era importante che ci fosse, era importante sentire di scrivere per gli "altri". Io l'ho fatto usando uno pseudonimo che mi consentiva di avere una grande libertà narrativa. A dire il vero di pseudonimi tanti ne ho usati!!!Non sono nuova all'esperienza blog. Qualche mese fa ho smesso di "scrivere" in rete. Il "blog" talvolta è una cosa faticosa. Chi ti legge vuole essere aggiornato. Giorno per giorno i blogger finiscono per vivere una vita che possa essere raccontata, che possa avere dignità di scrittura. Ed è faticoso vivere per scrivere!!!
Poi i cerimoniali di corte ... che noia, ragazzi. Non ne potevo più. Non mi stimolava più. Mi sembrava di recitare un copione unto e bisunto. Ho chiuso più o meno tutti i miei spazi e ho cominciato a usare "facebook", con grande ritrosia inizialmente. Ho cominciato ad avere il piacere di usarlo quando ho capito che mi poteva davvero consentire di conoscere persone che diversamente non avrei mai incrociato. E qualche persona piuttosto interessante e stimolante l'ho incontrata. "Facebook" però non può che essere "ponte" sennò diventa anche quella esperienza sterile. E allora "da facebook al blog" ma non da soli, questa volta "insieme".
Come testata ho scelto un quadro che racconta in un'immagine quello che vorrei diventasse questo posto. Ringrazio Enzo De Giorgi per avermi offerto con il suo quadro un modo efficacissimo di "dire". Cliccando sull'immagine si arriva direttamente nel suo sito.
Il nome del blog ha nella mia testa un grande valore simbolico. Rimanda non solo al "Collettiva-mente" della nota che mi ha portato fin qui. Rimanda alla coralità, rimanda al cuore, rimanda alle rispondenze. Non vedo l'ora di fare partire l'avventura. E allora la smetto di blaterare da sola. Ora vi mando gli inviti e, se ne siete in qualche modo stimolati, dateci sotto. Se non si fosse capito ancora il tema del giorno è ... "Inizi".