Il ponte

Il ponte
Quadro di Enzo De Giorgi
Visualizzazione post con etichetta Maurizio Binello. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maurizio Binello. Mostra tutti i post

martedì 9 marzo 2010

La Sedia

Come fa? Come accidenti fa?
Guardala, è serena, seduta di fronte, le braccia appoggiate al tavolo. Sorride pure.
Che cazzo hai da sorridere? Sembra una smorfia, quella!
Questa non è una situazione in cui si deve sorridere. Anzi, mi fa sentire a disagio, insieme a tutto il resto intorno. Le ho detto della sedia, di quanto sia scomoda, più volte, ma niente. Risponde che non c’entra, che non è la sedia, ma tutta la situazione. Per come siamo arrivati a questo, dice.
Mentre parla penso a come ho fatto a sposarla, cosa avevo in testa?
I soldi? Ne ho più io. La bellezza? Ce ne sono tante come lei, una o l’altra è lo stesso.
L’amore? Puttanate!
Forse le sue conoscenze, le connessioni con politici, imprenditori, gente che conta. Il giro giusto.
Si, forse.
Decido che non c’è, non voglio più vederla. E’ sparita. Sono solo seduto al tavolo, di fronte ho un fantasma, del brusio indistinto. Luce tremolante. Guardo intorno, magari mi distraggo un po’.
Accidenti a questo ristorante, finto antico, con le finte lucine di natale al soffitto che si accendono e spengono nervosamente. E le finte fotografie con i vip, tutte in posa. Tutti sorridenti. Finti.
Aspetta, chi ci ho portato qui l’ultima volta, un paio di mesi fa? Veronica? No, Cristina, quella con la erre moscia e l’accento inglese. Sorrido ripensando al dopo, arruffato.
E poi non è certamente un posto dove si possa parlare seriamente, questo, serve per cenare amabilmente, rompere il ghiaccio, scaldare l’atmosfera, preparare la serata. Il dopocena, il letto. Ma lei, quella che non dovrebbe esserci, non capisce, non capisce proprio e mi ha portato qui. In effetti in più di dieci anni non ha mai capito niente di come va il mondo.
Un momento, il fantasma mi sta dicendo qualcosa, concentrati, concentrati.
Ah, lo scopo dell’incontro. Parla di quello. Come se mi interessasse qualcosa.
Lo so, non devi ripetermelo mille volte, stronza. Lo so che vuoi lasciarmi, divorziare, prenderti questo, quello. Il gatto, la casa, la buca delle lettere. L’ho capito da un pezzo, almeno due o tre anni. Non sono certo stati i due mesi di separazione, e ci metterei due vigorose virgolette con le dita, a farmi capire che te ne volevi andare. E poi sai quante me ne sono scopate in questi due mesi.
Beh, sono state molte anche prima, se è per quello.
Stasera quello che mi da sui nervi è la tua calma. Parli, parli, senza neppure increspare le labbra, l’espressione sul viso rimane serena, sembri Siddharta sotto l’albero, alla fine del libro. Perché? La situazione non è normale. Dovrebbe uscirti una qualche emozione, un cazzo di tic almeno. Niente. Perché? Magari hai già un altro,
Già! Vero! Ecco perché sei cosi calma.
Stronza. Prendo una forchetta, te la punto contro e balbetto qualcosa, ora basta, ora basta, ma non c’entra nulla con quello che penso. E, credimi, non vorresti proprio sapere quello che penso, sappi solo che è tinto di rosso e tu sei distesa, immobile.
Cosa dice? Che devo accettarlo. Accettare cosa? Ah, si riferisce al divorzio, la separazione. Ti urlo che non me ne frega niente, ma solo dentro di me. Fuori non serve.
Non hai mai capito un cazzo di come sono fatto. Mai.
Prenditi tutto, vattene, sparisci. Non esisti, non esisti più, sei solo un fantasma.
Un ricordo. Passato.
Ed è ora che dia un occhiata al menù, cosa ordino? Ravioli dello chef, che vuol dire? Meglio le pappardelle al cinghiale. Poi una fiorentina. Carne fresca.
A proposito, c’è quella tizia, come si chiama? Quella che lavora in amministrazione. Mi lancia sempre delle occhiate e sorride. Flirta, sicuramente. Ci penso io, cara, a farti sentire bene, prima, dopo, durante. E’ una impressionabile, la porto qui, in questo posto costoso, crollerà sicuramente. Quel tavolo appartato laggiù in fondo, potrebbe andar bene, è intimo, crea l’atmosfera giusta. Domani la chiamo e poi prenoto l’albergo.
Ora però non roviniamo del tutto la serata, mangiamo qualcosa.
Cameriere?

Ho sempre accarezzato l'idea di una raccolta di racconti, il titolo sarebbe: "Con un'immagine negli occhi scriverei per sempre". Questo è uno, scritto durante la frequentazione della Scuola Holden, a tema.

domenica 7 marzo 2010

Vivere per interposta persona... o cosa.

"La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con se l'annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi, e quando sarà passata non ci sarà più nulla, soltanto io ci sarò." F.Herbert, Dune.

Ci sono periodi in cui dai in gestione la tua vita ad altri.
Non si tratta di persone, no. Di quello ti sei stufato.
Tutto ciò che hai bisogno è un lungo respiro che ti ossigeni un po' e una pausa che possa rimettere le cose al loro posto. Fuori di te, dentro di te... non ha molto importanza, semplicemente ristabilire il tuo panorama privato che hai sempre visto o sognato. Quella baia, quella montagna, insomma il posto che ti porta serenità, la tua casa interna.

E allora consegni, chiavi in mano, il tuo tempo a un libro, a una tastiera musicale o alfanumerica, a un film, a un telefilm. Si dice evasione, chiamala se vuoi "non pensare". Solo che non pensare e basta è impossibile.
Però sarebbe bello.

Disconnessione del sistema in 5 secondi... 4... 3... 2... 1... Disconnesso


(in sottofondo il nulla assoluto)

Riconnessione del sistema... accesso effettuato.

Ci ho provato, ma non ho sentito nulla.
Comunque, dicevamo.
Ecco, questo tempo che lasciavo ad altri lo sto delegando a certe persone e ai loro pensieri. Persone distanti fisicamente e temporalmente che escono dalle pagine fresche o dalle note uniformi. Persone di cui ti puoi fidare e che ti insegneranno sempre qualcosa, e questo conta, lo sa Dio quanto conta. Persone che, al massimo, potranno deluderti per quel pezzo, o quel paragrafo, tuttalpiù per un libro, ma che mai! mai! potranno farti del male.

Ci sono molte cose a cui puoi consegnare la vita: ad una strada, a "un ago e al danno fatto", a una lacrima, a un viaggio, a una stanza vuota, a un dolce, al rosso corallo, a un binario, all'acqua della vita, a un disegno.
L'abbraccio è saldo perchè voluto, cercato.
Il liberarsi è difficile. Attenzione.

sabato 6 marzo 2010

Angoli

Cheppoi di angoli nella mia vita ne ho svoltati tanti, e ho detto "svoltati" e non "voltati" perchè è un tipico piemontesismo, ma l'azione si è spostata di un centinaio di chilometri e, se credete, anche di soggetto. Tanto la magia può fare, se voluta, qui a Torino. Di persone importanti dietro però pochine, ma comunque sempre più importanti, per quel tratto di strada.

E allora dicevamo di angoli, come quella volta che ero tremante appoggiato ad un'albero ad attendere la mia esecuzione e invece scoprire che di altre cose si può morire. Cose dolci e un pò amare come Nostalgia di Sylvian, con quel sapore inquieto che mi ha accompagnato sempre nella mia vita con lei e anche dopo. Ma era comunque l'inizio dell'inizio e ci aggiungerei ancora un "dell'inizio", per quel che di stupendo è arrivato poi. E sembrava essere lei in tutte le cose che facevo per la prima volta, come quel posto... aspetta: casa, o come la chitarra imbracciata a cantare una ninna nanna. O come quel viaggio in germania e quella candela accesa, e quei cucù che non stavano mai fermi, oggi sepolti in chissà quale cantina.
Non era lei.

Quel muro liscio, a Berlino dieci anni dopo, dove canticchiavo "I'm ready, i'm ready for the laughing gas..." pensando a Piazza Statuto divisa da una barriera ad impedire l'accesso a via Garibaldi, all'altro settore. "You are entering the 2nd sector", stai entrando nel secondo settore della tua vita, un noi diverso, complicato, che fa male. Degno della psichedelia più pura e schizoide. Tutto mi sembrava elevato all'ennesima potenza, in ogni alto, in ogni basso, in ogni parola. E parlavamo veramente tanto da non smettere mai, forse perchè non c'era tempo e quello avanzato era veramente poco. Non sembrava noi, non poteva esserlo.
Non eravamo noi.

E quella sera, tra Trento e Ala in autostrada, che mi sentivo forte con te "mille anni al mondo mille ancora, che bell'inganno sei anima mia e che bello il mio tempo, che bella compagnia", e ci regalai quel magnifico castello a forma di nave come vista eterna di noi e di altre due anime. E quella sera che mi facesti promettere sul futuro anche se uno di noi non ci fosse stato. Dovevi essere tu. Doveva esserci tempo, come la canzone di Fossati, a garanzia di ogni possibile futuro, tranne proprio quello che ci siamo ritagliati alla fine.
E comunque non era nemmeno quello

E stasera un tè preparato lentamente sui Marlene Kunz mi fa pensare al prossimo angolo che forse arriverà, senza cercarlo più di tanto. E con il rum in mano penso che se non arriva non importa, anche se un caleidoscopio vorrei tanto poterlo regalare...

venerdì 26 febbraio 2010

La luce delle Stelle

Come è bella quella stella
lassù in cielo, come brilla!
un coriandolo fatato
luminoso ed incantato

E' una stella un pò speciale,
bella storia a raccontare
e ora a letto! birichina
disse il babbo alla bambina

C'era una volta tanto, tanto tempo fa un mondo felice in cui pace ed abbondanza regnavano. I popoli avevano capito che le guerre erano inutili e che vivere in armonia era l'unica strada per prosperare. I bambini erano felici e alla sera, in braccio ai propri genitori, guardavano le stelle immaginando in quelle luci splendenti mondi magici, pirati e principesse.
E lassù in cielo le stelle giovani, che sapevano di una tale ammirazione, facevano a gara a brillare e a cambiare colore, mentre le stelle anziane, meno luminose, osservavano compiaciute i bambini e i loro sogni felici.
A una stellina in particolare di nome Tikky piaceva molto mostrarsi. Lei era la più vanitosa di tutte le stelle giovani, sempre intenta a specchiarsi e confrontare la propria luce con quella delle altre sue amiche. Ma a lei non bastava mai, voleva l’attenzione dei bambini, voleva essere la più bella e luminosa nel cielo.

Ma che bella questa storia!
dai racconta, son curiosa
la stellina luminosa,
chissà che combinerà!

Dovete sapere che le stelle, per poter essere così splendenti nel buio della notte, dovevano bere ogni mattina, al levare del sole, un poco di pozione magica chiamata “La luce della Gioia“, che veniva distribuita dal Saggio delle Stelle, anziano e autorevole capo degli astri.
Un bel giorno Tikky, stufa di dover contendere l’attenzione dei bambini, andò in casa del Saggio e rubò un‘intera bottiglia di pozione magica, bevendosela tutta in un sol fiato.
- Voglio essere la stella più luminosa, così i bambini guarderanno solo me.
Alla sera, il sole tramontò e le stelle cominciarono a brillare come al solito, ma a un certo punto un puntino luminoso cominciò piano piano ad essere più splendente: era Tikky. E la sua luce aumentava, aumentava, fino a coprire gli altri puntini e a diventare la stella più luminosa che c’era. Tutti i bambini si volsero verso quel bagliore che cangiava anche di colore, ora era giallo, ora rosso, ora blu.
- Che bello mamma. Guarda che luce. Ohhhh! – Esclamazioni di stupore e di ammirazione si levavano da tutte le case e gli occhietti, rapiti, cominciavano a sognare, ad immaginare.

Oh che gran putiferio
pasticciona lo è sul serio!
Stai a vedere, te lo dico,
un bel guaio io prevedo

Tikky era sempre più contenta e non faceva che pavoneggiarsi di fronte alle altre stelle.
- Guardate, guardate i bambini come sognano, come sono contenti!
E in effetti tutto stava andando come lei voleva. Ma ahimè Tikky non si accorgeva che la sua luce continuava ad aumentare sempre di più, sempre di più. E dopo aver oscurato le altre stelle, cominciò a trasformare la notte in giorno fino a quando non ci fu più nessuna differenza. Era sempre giorno.
E i bambini cominciarono a lamentarsi, non riuscivano più a dormire, non giocavano più, erano sempre stanchi. Ben presto mugugni e proteste si volsero verso il cielo e verso quella stella. Nessuno guardava più in alto e tutti cercavano un riparo da quella luce intesa.
- Uffa – Disse Tikky – Nessuno mi guarda più, guardano tutti in basso.
- Perché hai sbagliato – Il Saggio gli si avvicinò – Tutta quella pozione che hai bevuto ti farà brillare per sempre come un sole. La notte non ci sarà più e ti odieranno per questo.
Tikky scoppiò a piangere.
- Aiutami, Saggio, non sapevo, ora sono pentita. Come faccio a ritornare ad essere la stella di prima?
- Se mi prometti che non farai più una cosa simile, ti aiuterò
Il Saggio tirò fuori una boccetta e la diede a Tikky. Lei bevve e magicamente la luce cominciò a scendere. In un battibaleno ritornò la notte e un meraviglioso cielo stellato si rivelò agli occhi di tutti. E applausi e risate riempirono ben presto il vuoto, i bambini sorridevano e tutto tornò come prima. Anche Tikky era felice e giocava a nascondino con le sue amiche stelline.
Ancora oggi si parla di quella vecchia storia da cui è nato il detto:
“A brillare troppo si finisce per diventare ciechi”.
Babbo, babbo, che bellezza,
e che gioia, contentezza,
ma ora ho sonno e i miei occhietti
già si chiudon, poveretti

Dormi bene, piccolina
su riposa, sino a mattina,
coi tuoi sogni arcobaleno
ne faremo un mondo intero

Dedicato a Elena e a Gianni Rodari.


E vabbè, mi riposto anche io. Una favola di un paio di anni fa che tentai di raccontare una sera di bevute toppando e incasinandomi clamorosamente, credo ci fosse anche Giusy, non ne sono sicuro. Avevo bevuto troppo.
In ogni caso per una strana associazione di idee mi è venuto in mente questo pezzo e ho deciso di postarla, così, per strappare un sorriso.
La vera storia è: una sera di tanti anni fa, per "far addormentare" una bimba, non riuscivo assolutamente a ricordarmi una fiaba che fosse una, manco Pinocchio o Cappuccetto Rosso (che ho sempre odiato, perfettina e ligia come non mai: e nonna di qua e nonna di là...) quindi mi sono inventato questa storia. Alla bimbina deve essere piaciuta (anche perché se lo ricorda anche adesso) e continuava a chiederla e io la allungavo, aggiungevo personaggi, un po' come le tradizioni orali. E lei si addormentava.
Sono stati bei momenti, di padre.

giovedì 25 febbraio 2010

Attimo di tempo

Ho avuto centinaia di vite precedenti.
Forse migliaia, non le ricordo tutte.
Mi sono risvegliato come animale, cosa, persona. O forse come attimo di tempo. Sì, un preciso momento nel quale è successo qualcosa anche di non importante. Ma quell’attimo è stato il mio. Solo mio.

Certo, qualcosa ricordo.
Dicono che l’ultima vita è la somma di tutte quelle precedenti, dicono che la memoria ancestrale di ogni singola cellula contiene parte di quelle vite. Noi non lo sappiamo, non lo capiamo. Li chiamiamo Deja-vu, una cellula impazzita che in quel momento trasmette quello che ha dentro.
Immagini sfocate dal passato. Nostro.
Però da chi sono e come vivo ora posso immaginare com’ero, come sono stato.

Ero sicuramente una nota di un musicista jazz, negli anni ’30, non uno famoso, ma un negro “nigga” che suonava nelle bettole troppo fumose e troppo sporche. Uno che è morto con a fianco il sassofono, uno che le donne le ha sempre considerate note da suonare e ha capito benissimo che prima o poi il suono finiva anche con il fiato più lungo.

Una nave da trasporto o da esplorazione. Sì, devo essere stato quello. Solitudine e libertà in spazi aperti, ma con una rotta, una missione da compiere e tanto tempo per sé.
Ne ho fatti di viaggi, in condizione e su mari diversi. Ho visto albe, terre nuove, gabbiani che si sono posati sul mio legno. Nessun cannone o battaglia però, per questo c’erano le navi da guerra, spavalde e veloci. Toccava a loro, non a me, io odio la guerra anche se mi ha sempre affascinato.

In una di queste vite mi sono svegliato libellula, dalle ali cangianti e dal volo sicuro. Non una farfalla, più bella e nobile, che invidiavo per i colori. Ah, quei colori. Io mi consolavo volando più veloce e più a lungo, lungo questo prato che era il mio mondo e fino a quei filari laggiù confine di terre sconosciute e pericolose. Deve essere per quello che amo volare in qualsiasi modo.

In tutti questi tempi mi chiedo quante volte ho perso l'innocenza uccidendo qualcuno o uscendo dalla vita di una persona. Quante volte ho pensato “perché?” e quante volte mi sono chiesto "cosa ci faccio qui?". Molte, credo.
Troppe, sicuramente.
Di certo sono stato uno stronzo che scappava, un eretico bruciato, uno scrittore a caccia di ispirazione. E alla fine sento che in tutte queste vite sono riuscito a incasinarmi sempre, un tratto distintivo. Nel passato. Nel futuro.

Questo è quanto, ma se e' vero ciò che dicono, allora ho attraversato l'intera storia umana senza accorgermi di nulla. Male vero?
Direi più un peccato, tutta questa conoscenza dentro di me e nessuna possibilità di estrarla, se non per brevi elettrici attimi. Sono stato per mille volte, ora non sono nemmeno per una.

Ah, l’attimo. Dimenticavo.

Un’idea.
Mi sono reincarnato nel momento in cui nasceva un’idea nella mente di qualcuno. Un’intuizione morta subito, o dimenticata o inutile. O forse importante.
Ma per un attimo, un solo attimo sono stato tutto, consapevolezza e conoscenza. Ho abbracciato il mondo, perchè per noi attimi l’universo è comunque troppo grande da capire.
Ho visto, Dio santo, ho visto.
Ma sono passato subito.

martedì 23 febbraio 2010

Un viaggio inizia sempre dal bisogno...

...di muovere un confine fino al sogno.

Nel viaggio di tutti i giorni, nel rincorrersi affannato e isterico al quale siamo sottoposti mi trovo a percorrere strade separate e uniformi.
Non c'è un bivio per chilometri solo prati da un lato, deserto dall'altro. Mi sembra deserto, attraverso i finestrini, ma non ne sono sicuro. In effetti mi sfugge il quadro generale, il paesaggio, è tutto così sfocato, quasi che pochi metri dopo il ciglio non ci sia nulla.
Ogni tanto piove, ma la strada non si bagna, per la verità non mi bagno nemmeno io, non so perchè. Il sole picchia e si fa sentire, scalda l'asfalto e compone miraggi che non capisco, che non metto a fuoco, mai.

Non ho cappelli da mettere, ho poca acqua, tanta benzina, un motore che non si ferma e i pneumatici consumati. A volte penso di aver percorso questo tratto per centinaia di volte, mi sembra di conoscere quel filo d'erba, quel sasso, quella nuvola, ma poi mi scuoto e guardo da un'altra parte, cerco da un'altra parte.
Il vento mi spinge, mi segue come una presenza costante, fissa, sembra che sappia dove sto andando, beato lui.

Quanto è lungo questo rettilineo? Dov'è la prima curva?
Non ha importanza, solo i dettagli contano: non inciamparsi, seguire la strada, controllare la benzina, fare attenzione a che nessuno attraversi, specchietto retrovisore, parabrezza, scarpe.
Frizione, freno, accelleratore.

Prima, terza, prima.


lunedì 22 febbraio 2010

L’Inizio dell’assurdo (o un assurdo inizio)

Ho sempre pensato che un Inizio dovrebbe bussare, prima.

Un buon Inizio inteso come educato, non come positivo, gli Inizi non sempre lo sono.

Non pretendo che quando arrivi debba per forza avvertire in maniera legale, tipo mandare una cartolina o lettera raccomandata con ricevuta di ritorno. A chi, poi? Oppure far chiamare da quei pseudo call-center dedicati agli inizi:

“Buongiorno, il signor Binello? Qui è Ricominciare (marchio registrato)
“Si, certo, mi dica.”
“Le comunichiamo che martedì prossimoventurocorrentemese lei incontrerà tale… vediamo… Marika, con la quale potrà fidanzarsi, fare figli, mettere su casa o semplicemente sesso. Ha capito?”
“Grazie. Scusi, posso cambiare nome della suddetta?”
“No. Le mando un questionario da compilare sulla qualità del nostro servizio. Buongiorno.”

Insomma il buon Inizio (vedi sopra) dovrebbe in qualche modo attraverso segnale divino, chessoio, sottoforma di un palo preso sulla testa mentre cammino, annunciarsi. Senza svelarsi del tutto. Con minimo di mistero. In modo che poi dopo uno ci possa pensare e esclamare un corposo Ahhhhh, ecco!

Intendiamoci, sono stato sempre aperto agli Inizi, li ho accolti nella mia vita accudendoli, anche due o tre alla volta. Anche se avevo la casa piena di altri Inizi (e di Inizi degli altri) e non sapevo dove metterli. E vi posso assicurare che c’è stato un periodo di accavallamento Iniziale (inteso come di più Inizi contemporaneamente) qualche anno fa veramente stressante.
Inizio di lavoro, Inizio di nuova casa, Inizio di nuova solitudine ecc.. Persino io ero diventato un Inizio a tutti gli effetti.

Per chiudere e trovare un senso a questo assurdo post, che se ci pensi assurdo non è poi così tanto, mi viene una domanda: Quanto debba essere preparato in un qualche modo ad iniziare qualche cosa di cui non conosco nulla, ma di cui vedo solo l’Inizio arrivare? Chi mi prepara? La vita inteso come esperienza? Intendo prepararsi a qualsiasi cosa anche la più imprevedibile. E’ un ossimoro, vero? Si, lo è. Ma tant’è, torniamo al punto.

Se vedo un Inizio, lo abbraccio come un vecchio amico in visita e lo faccio entrare o lo tengo a distanza magari annusandolo un po’ come un vecchio cane. E se già all’inizio puzza di Inizio andato a male, stantio? Che faccio, lo mando via?

E se arriva un Inizio scintillante, quello tipo un cameriere su un’isola piena di belle ragazze seminude (leggasi opportunità, malpensanti!) che ti si avvicina con il tuo cocktail preferito facendoti l’occhiolino? Come fai a sapere che non sia un pappone invece? E lo accetti sapendo che prima o poi ti presenterà il conto dello scintillio, cash-only?
Come accogliete gli Inizi, dunque, voi, laggiù? Ditelo, anzi scrivetelo.
Che poi, mi sta venendo in mente, non è che confondo l’Inizio con il Destino?

Inizio/Destino: “Complimenti per aver baciato questa donna, adesso però firmi qui.”
Mauri: “Eh? come?”
I/D: “Si, secondo questo modulo le è stata appena consegnata una "storia d'amore" con, vediamo, i seguenti optional: convivenza, acquisto auto, svariate litigate, due tradimenti, tre vacanze in villaggio turistico e alcuni altri pacchetti-tipo.”
M: “Ma io non avevo specificato nulla.”
I/D: “E' un offerta speciale. Full credit. Da parte sua, ovviamente. Ah, volevo informarla, che quando la riconsegnerà non ci sono formalità da espletare.”
M: “Scusi? riconsegnare?”
I/D: “Si, qui dice che la storia è a tempo, c'è una scadenza che non mi è consentito rivelare.”
M: “Destino bastardo!”
I/D: “...veramente era beffardo. Firmi, svelto!”